venerdì 11 luglio 2014

COME FACEBOOK MANIPOLA IN SEGRETO LE TUE EMOZIONI

COME FACEBOOK MANIPOLA IN SEGRETO LE TUE EMOZIONI

Altro che Orwell e il suo Grande Fratello: Facebook riesce a manipolare e controllare i dati sensibili di tutti i suoi utenti. Vi sarebbe addirittura la prova di come i nostri dati personali presenti sui Social network non siano esattamente al sicuro. Che il celebre Social Network intervenga in modo massiccio sulla privacy è noto a tutti noi; ma che sia possibile addirittura modificare i post degli utenti per monitorare le reazioni degli “amici virtuali” appare esagerato anche agli amanti di realtà 3.0.
Secondo uno studio condotto da alcuni scienziati della University of California e della Cornell e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, Facebook avrebbe attuato un processo dimodifica dei post, finalizzato a valutare quale tipo di reazioni possano avere gli utenti. Ciò che i nostri amici postano, infatti, avrebbe il potere di influenzarci emotivamente, al punto tale da spingerci a pubblicare a nostra volta contenuti simili. O, ancora peggio, ad allinearci come pecoroni alle tendenze di pensiero che emergono sulla nostra newsfeed.
La ricerca in questione è rimbalzata la scorsa primavera sui siti e i giornali di tutto il mondo, anche grazie a un titolo particolarmente accattivante: ”La felicità è contagiosa anche su Facebook”. Lo studio certificava che il ”contagio emotivo”, ovviamente fra stati d’animo positivi, si realizza anche sul piano virtuale. Tutto bellissimo. Peccato che gli utenti fossero ignari di aver preso parte a una simile indagine emozionale e che, soprattutto, il ‘flusso’ di notizie fosse stato intenzionalmente plasmato.
I ricercatori e scienziati hanno alterato per un’intera settimana, dall’11 al 18 gennaio 2012,  un algoritmo che ha determinato i contenuti presenti nella bacheca di 689.003 persone, divise in due gruppi. A uno dei due venivano mostrati solo post positivi, mentre sulle bacheche degli altri apparivano esclusivamente post negativi e tristi.
Le persone cui erano stati ridotti i post positivi nella home page hanno utilizzato più parole negative nei loro aggiornamenti di stato. Nei casi in cui i post negativi sono stati ridotti, è accaduto l’opposto: parole molto più positive sono comparse sui diari.
L’obiettivo di una ricerca tanto lesiva della privacy altrui era in teoria capire come fornire ”un servizio migliore”, assolutamente senza intento di ”innervosire alcuno”. Così si è difeso il Social Network in blu all’indomani della bufera di polemiche che lo ha investito.
Una home page di Facebook, in media, dovrebbe proporre 1.500 post al minuto. Non possiamo vedere tutto, perciò accettiamo che il Social selezioni per noi.
Ma come? Il tasto “Mi piace” è ovviamente lo strumento numero uno per esprimere le nostre preferenze. Facebook capisce quali sono gli argomenti che ci interessano davvero e ne fa tesoro; il newsfeed ordina così i post nella timeline in base alla probabilità che li troviamo interessanti. Naturalmente Facebook sceglie i post anche tenendo conto delle condivisioni, dei commenti e dei click, che permettono di misurare il nostro grado di coinvolgimento all’argomento.Per dare importanza anche ai contenuti che non generano like, condivisioni e commenti, infine, il social blu misura il tempo che trascorre tra quando lasciamo la pagina attraverso un click a un articolo esterno e quando torniamo. Se è considerevole, significa che quell’argomento ci interessa, a prescindere dal “like”. In questo modo per Facebook è più facile scegliere i post da mettere sulla nostra timeline.
Facebook, insomma, è perfettamente in grado di modificare le nostre sensazioni ed emozioni. La ricerca è stata realizzata in base alle autorizzazioni fornite dagli utenti nella Data Use policy al momento dell’iscrizione, senza dunque sottoporre a ricercatori in carne e ossa alcun contenuto effettivo. Questa, almeno, è la teoria divulgata dal team che ha condotto l’analisi. Il conto alla rovescia per la polemica da parte dei gestori del celebre Social Network è ufficialmente iniziata. L’unica nostra certezza, ahinoi, è che nessuno degli utenti è al sicuro.

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